Viva la libertà

VIVA LA LIBERTA’ (R. Andò, Italia 2013, trama). Miracolo, un film italiano positivo! Anzi doppiamente positivo, perché davanti al politico positivo diventano positivi gli italiani e lontano dagli italiani negativi diventa positivo anche il politico. La prima positivizzazione è però di fantasia, perché una persona non può cambiare l’orientamento di un popolo (a meno che questo non sia ad un solo passo dal diventare positivo per motivi suoi). In compenso la seconda positivizzazione, quella del politico quando frequenta persone positive, è del tutto realistica, perché il segno lo stabilisce la maggioranza e nessuna persona negativa può rimanerlo a lungo in presenza di persone positive.

VEDERE IL FILM <= | => APPROFONDIMENTI 
INDICE DEL RIASSUNTO DEL FILM COI MIEI COMMENTI

VEDERE IL FILM

fonte: nowideo da Cineblog [Roberto Andò, Italia, 94′, 7.9* (tMCsExtra13€18L) pB]


|<= 1 – Titoli iniziali


|<= FINE RIASSUNTO DEL FILM e INIZIO APPROFONDIMENTI


|<= Trama  (da Tomobiki)


L’ingessato politico Enrico Oliveri (Servillo), segretario della principale coalizione di sinistra (“il maggior partito di opposizione”), in crisi nei sondaggi e nella leadership, abbandona Roma e si rifugia in incognito a Parigi, ospite di una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi).
Visto il momento delicato ed essendo il politico irreperibile, il suo assistente Andrea (Mastandrea) decide di sostituirlo con un sosia, ovvero il fratello gemello Giovanni (sempre Servillo), scrittore e filosofo reduce da una casa di cura psichiatrica.
Il comportamento e le dichiarazioni eccentriche di Giovanni (senza compromessi o peli sulla lingua) galvanizzano la gente e fanno riguadagnare consensi a lui e al partito, mentre nel frattempo a Parigi anche Enrico riesce a ritrovare sé stesso, le passioni che lo muovevano in gioventù (su tutte il cinema, arte basata sulla finzione non meno della politica) e persino l’amore.
Tratto da un romanzo (“Il trono vuoto”) dello stesso regista, un film dai toni vagamente surreali e tutto incentrato su un tema, quello del “doppio”, già abbondantemente sfruttato sul grande schermo e in letteratura (a partire, ovviamente, da “Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde” di Stevenson), cui si innesta quello del “fool” shakesperiano. È evidente che i due fratelli Enrico e Giovanni (che sin da giovani si scambiavano identità e fidanzate, come i gemelli di “Inseparabili” di Cronenberg) rappresentano le due metà opposte di uno stesso individuo: se viene a mancare la parte istintiva, i sentimenti, la “follia”, si diventa un arido politico (di sinistra!); se viene a mancare la razionalità e il controllo, si diventa pazzi. Lo scambio di ruoli, invece, fa bene ad entrambi e li aiuta prima a riconoscere e poi a riconquistare la parte di sé perduta. Quando Enrico è pronto a tornare, infatti, Giovanni si fa da parte e “sparisce” letteralmente nel nulla (su una spiaggia, come in “Sotto la sabbia” di Ozon): in un certo senso viene “riassorbito” dal fratello (che nella scena finale ne manifesta alcuni comportamenti).
Nonostante la grande prova “doppia” di Servillo (da notare che i due fratelli non compaiono mai insieme nella stessa scena), al film manca però qualcosa per sollevare le proprie tesi e i propri simboli oltre la soglia della banalità. Soprattutto la seconda parte porta avanti la vicenda con il pilota automatico, senza riservare sorprese o sviluppi degni di nota. Ai personaggi di contorno (a cominciare da quello interpretato da Mastandrea) manca il culmine dell’evoluzione, mentre la riflessione politica, nel migliore dei casi, pecca di ingenuità e di ottimismo.
Le dichiarazioni di Giovanni non sono in realtà nulla di trascendentale o di rivoluzionario: sono “soltanto” sincere, chiare e dirette. Davvero semplicità e passione sarebbero sufficienti, in una paese come l’Italia, a guadagnare il favore degli elettori (cosa di cui spesso la sinistra si è illusa?). E davvero basta ballare il tango con la cancelliera tedesca, giocare a nascondino con il Presidente della Repubblica o citare una poesia di Brecht davanti agli elettori per raggiungere il 66% nei sondaggi?
Curioso notare come diversi personaggi facciano riferimenti a protagonisti reali della scena pubblica e politica: il “viscido” rivale De Bellis, definito “elefante della politica”, è ovviamente D’Alema (con tanto di baffetti); il dirigente che afferma “bisogna dare alla gente quel che vuole” (cui Andrea replica “La gente ama anche la merda, ma non vuol dire che gliela dobbiamo dare”) è forse modellato su Renzi; l’anziano ideologo del Pci è probabilmente Ingrao; mentre lo stesso Oliveri, più che Bersani, ricorda Veltroni (con tanto di amore giovanile per il cinema; da sottolineare anche la battuta sull’arredamento della sede elettorale, che richiama il suo famoso loft).
La colonna sonora saccheggia a più riprese l’ouverture de “La forza del destino” di Verdi (ma le citazioni verdiane, nell’anno del bicentenario, non finiscono qui: per dirne una, lo pseudonimo con cui il filosofo Giovanni pubblica i suoi libri è Ernani). Michela Cescon è la moglie di Enrico, Anna Bonaiuto è la collega di partito, la bella Judith Davis è la ragazza francese con cui Enrico ha un flirt.

|<= Recensione (da Millecanali)


04 Marzo 2013

Non poteva che avvenire alla vigilia delle elezioni l’uscita di questo singolare film del siciliano Roberto Andò, eclettico intellettuale, regista teatrale e di opere liriche, scrittore (legato anche alla figura di Sciascia) e sceneggiatore.
Andò è stato autore nel campo del cinema (mezzo che ama molto, tanto da aver avuto contatti con Tornatore, Rosi, Fellini e anche Francis Ford Coppola, come assistente) negli anni scorsi, in particolare, di un interessante, anche se un po’ irrisolto, ‘Viaggio segreto’, dove, al di là del soggetto intrigante, non a caso c’era molta Sicilia, anche se restano nella memoria soprattutto le bellezze senza veli di una incantevole Valeria Solarino e di Claudia Gerini. Appunto pochi giorni prima del responso elettorale di domenica prossima Andò torna sugli schermi con questo ‘Viva la libertà’, che, manco a dirlo, è un film che parla di politica.
Il regista siciliano porta sul grande schermo, per la precisione, il suo stesso romanzo (vincitore di un Campiello) ‘Il trono vuoto’ e assieme alla politica mette insieme molta cultura, molte citazioni letterarie, filosofiche e anche cinematografiche, qualche riferimento chiaro all’attuale situazione italiana (e anche francese) e assieme alcuni ‘topos’ della letteratura e del teatro: nel tema del ‘doppio,’ che è al centro del film, non mancano echi pirandelliani (ancora la Sicilia, dunque, al centro), e ad esso si associa quello ugualmente classico della “follia” (o anche ‘in vino veritas’, magari, per altri versi) che ti permette di dire le cose nella loro intima verità, senza ipocrisie, diplomazie e ‘versioni ufficiali’ da rispettare. ‘La verità è sempre rivoluzionaria’ – ricordava in proposito Gramsci e il film interpreta a suo modo il concetto.
Al centro della scena c’è Enrico Oliveri (Toni Servillo), grigio burocrate di un partito di sinistra (“un partito di opposizione” – la prende un po’ alla larga Andò all’inizio); sotto la sua stanca guida il partito arranca sempre più, nei sondaggi e nella linea, oltre che nei rapporti con l’opinione pubblica. Oliveri lo capisce e, in crisi, abbandona tutti alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali, scegliendo di sparire. Se ne va in realtà in Francia dalla vecchia fiamma Valeria Bruni Tedeschi, ora sposata con un regista di cinema di origine orientale, e proprio sui set transalpini e nei dintorni cerca una rigenerazione, lontano dai problemi di una politica senza entusiasmi, che si occupa di tattiche e di coalizioni, di alleanze e presenze televisive, senza alcun rapporto più con la realtà. Servillo, in queste vesti, sembra la versione pallida e grigia di quell’Andreotti che ha magistralmente interpretato per Sorrentino. Ma il diretto collaboratore del leader, Andrea Bottini (un sempre più bravo Valerio Mastandrea), preso dal panico, ha a quel punto un’idea geniale: sostituire il suo capo con il fratello gemello, identico a lui come una goccia d’acqua ma solo fisicamente. Perché nella realtà è l’esatto opposto: imprevedibile, geniale, lunatico, estroverso e straordinariamente comunicativo, viene giudicato ‘pazzo’ ed infatti è in cura presso un ospedale psichiatrico, da cui però è appena uscito; quindi può sostituirsi al fratello fuggiasco (che non vede da più di vent’anni) e l’esito sarà a quel punto tutto da vedere.
L’esito è ovviamente trionfale: il gemello pazzo è vitale, capace di far sorridere chiunque, pieno di colpi teatrali nei comizi e nelle riunioni di partito, canta e balla che è un piacere. Bottini, sempre inappuntabile e a sua volta grigio da impazzire, si fa stavolta scompigliare i capelli e alla fine confessa a questo ‘secondo Servillo’: “Il fatto è che uno come lei, io stesso lo voterei”. E la gente ascolta il nuovo ‘pazzesco’ Oliveri, ne affolla i comizi, aderisce che è un piacere a questo nuovo progetto politico all’insegna del sorriso e di una linea chiara di opposizione, senza tatticismi (‘che ne dirà D’Alema?’ – verrebbe da chiedere). Alla fine, compiuto il progetto, il gemello mattacchione sparisce a sua volta, mentre il fratello tormentato, rigenerato dalla Francia e dalla riscoperta dell’amore e della vita vera, rientra appena in tempo per gli ormai trionfali appuntamenti elettorali. Forse, però, perché, a mo’ di sberleffo finale, Andò ci lascia il dubbio su quale dei due gemelli stia di nuovo alla guida del partito.
Senza insistere sulle tesi politiche e sui riferimenti ai nostri partiti (il PD, diremmo, ma lasciamo agli spettatori il giudizio), diremo che il soggetto è accattivante e affascinante, il racconto cinematografico divertito e a tratti divertentissimo, grazie a un Servillo straordinario che fa da mattatore assoluto, sdoppiandosi e sbizzarrendosi come solo lui sa fare. Vogliamo poi ricordare anche Nanni Moretti e il suo ‘con questi leader non vinceremo mai’?’. Magari sì, anche perché a produrre il film per la 01 della Rai è Angelo Barbagallo con la sua BiBi Film, storico collaboratore proprio di Moretti. Cosa invece convince meno? Forse l’eccesso di citazioni colte, come dicevamo, perché anche un film è uno strumento di comunicazione che deve arrivare dritto al pubblico e qui “si divaga” un po’ tanto (c’è persino un riferimento ad Angela Merkel, sembrerebbe); poi, il sovrapporsi di molti discorsi (non certo solo politici) in una stessa opera. Per dirne una, c’è molto cinema nel cinema, riferimento forse obbligato per chi ama il mezzo ma qui anche incongruo: Oliveri e la Bruni Tedeschi si incontrano al Festival di Cannes, il marito di lei è regista, come detto, a un certo punto viene mostrata, senza che sia ben chiaro il motivo, una straordinaria arringa di un Fellini di molti anni fa contro le interruzioni pubblicitarie nei film in Tv.
Lascia divertiti e interessati ma anche un po’ sconcertati il film di Andò, anche se appunto ha momenti straordinari. Se non bastassero quelli elencati, ce ne sono altri: citiamo la presenza di una sempre ‘ispirata’ Anna Bonaiuto e soprattutto quella di un vecchio leone come Gianrico Tedeschi, nella parte di un ‘padre nobile politico del passato’ che giudica da par suo i ‘piccoli leader’ di oggi. Un Tedeschi che sembra un po’ malandato e si dimostra invece ancora vitale, facendo le doverose corna al momento dell’evocazione dell’aborrito decesso.

|<=

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *