Verifica intervento cl.

Verifica intervento clinico

Non ho conservato molto su questo esame che sostenni a suo tempo, ma il poco che riporto qui sotto vale l’esame.


|<= Antidepressivi o placebi attivi?


Gli antidepressivi più usati sono i triciclici TCA (l’imipramina del Tofranil, la amitri-ptilina dell’Adepril, la nortriptilina del Nori-tren, la clorimipramina dell’Anafranil…), che hanno sostituito quasi per intero gli anti-MAO i quali hanno pesanti effetti collaterali.

Resistono i Sali di litio, antipsicotici ancora usati nelle forme depressive più gravi specie se accompagnate da episodi maniacali.
Poi ci sono gli antidepressivi di seconda generazione o atipici (SSRI e SSNRI), una vasta categoria di molecole (la fluoxetina del Prozac, la sertralina dello Zoloft, la paroxetina del Paxil con effetti anche molto diversi tra loro ma in ogni caso con effetti collaterali molto inferiori. Ci sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (come fluoxetina, sertralina, fluvoxamina, paroxetina, citalopram), che agiscono selettivamente sulla serotonina impedendone il riassorbimento. E gli SSNRI (inibitori selettivi del reuptake della serotonina e della noradrenalina), analogji ai precedenti, svolgono la loro azione anche sulla noradrenalina.
Secondo un’analisi dell’efficienza dei dati sottoposta alla FDA (l’ente americano che controlla il rispetto delle regole su alimenti e medicine previste nel Federal Food, Drug and Cosmetic Act, che conta 9 mila dipendenti di cui oltre 2 mila studiosi e di un bilancio che nel 2001 si è avvicinato ai 1400 milioni di dollari) per ottenere l’approvazione (tra l’87 e il ’99) dei sei antidepressivi di nuova generazione oggi più prescritti, l’82% degli effetti si ottengono col solo effetto placebo. Assumendo come effetto farmacologico la differenza di risultati tra il farmaco e il placebo, esso sarebbe solo il 18% dell’effetto complessivo.

|<= La depressione è atteggiamento negativo?


Nel trattamento dei disturbi depressivi di ogni entità si sono rivelati utili ed efficaci sia i farmaci sia la psicoterapia. Anche la terapia elettroconvulsivante è usata nelle forme gravi ad alto rischio di suicidio con necessità di una risposta rapida.
“Una revisione sistematica di studi controllati e randomizzati ha suggerito che la terapia cognitiva (20 sedute per 12-16 settimane) è efficace, anche più del trattamento farmacologico, nel caso della depressione da lieve a moderata” (p. 473 di Clinical evidence italiana, ed 2001). “Prove meno consistenti, anche se sempre ottenute da studi controllati e randomizzati, suggeriscono che psicoterapia interpersonale, problem solving e counselling breve non direttivo possono essere altrettanto efficaci del trattamento farmacologico nella depressione da lieve a moderata” (p. 480). Si hanno prove che il proseguimento della terapia con farmaci antidepressivi per 4-6 mesi dopo la guarigione riduce il rischio di ricadute (non è provata una differenza tra diversi tipi di trattamento farmacologico). Ci sono alcune prove che anche nel prevenire le ricadute il trattamento cognitivo sia efficace come quello farmacologico, ma non abbastanza per la significatività statistica.
Poiché l’unica opzione disponibile per la maggior parte dei medici è quella farmacolo-gica, però, essa è la più diffusa. Gli antidepressivi più usati erano i triciclici TCA (l’imipramina del Tofranil, la amitriptilina dell’Adepril, la nortriptilina del Noritren…) che avevano sostituito quasi per intero gli anti-MAO i quali hanno pesanti effetti collaterali. Oggi il TCA più usato in Italia (la clorimipramina dell’Anafranil) ha assorbito solo il 3.9% della spesa del SSN nel 2000, perché questi farmaci sono più efficaci ma più tossici dei nuovi antidepressivi e anche perché costano un terzo. Resistono i Sali di litio, antipsicotici ancora usati nelle forme depressive più gravi specie se accompagnate da episodi maniacali e come stabilizzanti nei disturbi bipolari. Poi ci sono gli antidepressivi di 20 generazione o atipici (SSRI ovvero inibitori del riassorbimento della serotonina e SSNRI ovvero inibitori anche del riassorbimento della noradrena-lina), una vasta categoria di molecole (la paroxetina del Seroxat che col 29.2% della spesa è di gran lunga il più prescritto, il citalopram del Seropram col 15.8%, la sertralina dello Zoloft col 12.4%, la fluoxetina del Prozac col 10.2%, la venlafaxina del Efexor col 7.5%,…) con effetti anche molto diversi tra loro ma in ogni caso con pochi effetti collaterali.
Secondo un’analisi dell’efficienza dei dati sottoposta alla FDA (l’ente americano che controlla il rispetto delle regole su alimenti e medicine previste nel Federal Food, Drug and Cosmetic Act, che conta 9 mila dipendenti di cui oltre 2 mila studiosi e con un bilancio che nel 2001 si è avvicinato ai 1400 milioni di dollari) per ottenere l’approvazione (tra l’87 e il ’99) dei sei antidepressivi di nuova generazione oggi più prescritti, l’82% degli effetti si ottengono col solo effetto placebo. Assumendo come effetto farmacologico la differenza di risultati tra il farmaco e il placebo, esso sarebbe solo il 18% dell’effetto complessivo.
I dati non elaborati, che gli esperti dell’FDA valutarono indipendentemente e fecero valutare da altri esperti indipendenti, furono ritenuti validi e affidabili, altrimenti le sei sostanze (i 5 suddetti + il nefazodone del Re-seril, tutti SSRI meno 1) non sarebbero state approvate per documentazione insufficiente.
Additività
“Lo sviluppo di metodi non ingannatori per suscitare l’effetto placebo sarebbe di grande importanza” . Un metodo del genere è la psicologia clinica presentata qui e orientata, appunto, a combattere l’atteggiamento negativo rendendo comprensibile alla ragione la sua logica, la sua utilità e la sua scorrettezza. Si è insistito su quest’ultimo aspetto (=> ladro di valori => pretendere tutto senza dare nulla) perché induce chi ne è vittima a sottrarsi rendendo inefficace l’atteggiamento negativo, fatto decisivo per indurre il sistema emotivo a non sceglierlo.

|<= La ricerca e la pratica clinica


EFFICACIA REALE E EFFICACIA NEL-LA SPERIMENTAZIONE – Poiché il setting di una ricerca è diverso dal setting reale, biso-gna distinguere tra efficacia sperimentale della terapia (efficacy) ed efficacia clinica o efficienza (effectiveness).
Un misura è valida se misura effettivamente quel che dice di misurare. Volendo misurare l’efficacia di un tipo di terapia su un tipo di cliente, si ha un’alta validità interna se è possibile dire che quel cambiamento osservato proprio su quel tipo di cliente dipende proprio da quel tipo di terapia. Per assicurare queste due relazioni causa-effetto occorre selezionare un ben preciso tipo di cliente e sottoporlo ad un ben preciso tipo di terapia. Con la validità interna, però, noi vogliamo stimare la validità esterna, che è l’efficacia di una vera terapia su un vero cliente. Più la vera terapia e il vero cliente si discostano da quelli tipo, più la validità esterna è interessante, perché l’ampio spettro significa che copre molti casi reali. E’ facile vedere che le due validità sono contrastanti: più è precisa la misura (alta validità interna), meno è generalizzabile il suo risultato (bassa validità esterna). Es. in una sperimentazione ci si assicura che il cliente completi il trattamento anche se questo non si adatta alle sue preferenze perché compiuto attenendosi al manuale, ma nella pratica tale rigidità porterebbe ad un alto abbandono (Fig. 1).
Anche se attualmente l’offerta di terapia è organizzata più per indirizzo che per diagnosi, in questo libro si è scelto di valutare gli esisti della terapia su una data diagnosi, lasciando al clinico la scelta su quale indirizzo o combinazione di indirizzi usare per una data diagnosi e osservando solo il risultato ottenuto su quella diagnosi.
REMISSIONE SPONTANEA – Poiché alcuni pazienti guariscono senza alcun intervento (remissione spontanea), è indispensabile togliere questi risultati favorevoli dal merito del trattamento. Il problema è che il tasso di remissioni spontanee può andare (secondo Lambert, 1976) dall’8% al 73% a secondo dell’utente e del suo problema. Secondo Begin (1971) si può assumere che 1/3 dei casi vanno soggetti a remissione spontanee, mentre secondo Lambert ci si avvicina al 50%. Il risultato dipende molto da quando si fa l’osservazione e nel breve periodo sembra che la terapia sia assai più efficace che nulla, mentre nel lungo periodo appare trascurabile (Fig. 2).
METODOLOGIE E STRATEGIE DI RI-CERCA – La prima scelta è tra due estremi: il caso singolo (se lo studio non è solo descrittivo ma anche quantitativo, con controllo sia della terapia che dei cambiamenti prodotti, è suggestivo, poco costoso, veloce, ma poco generalizzabile e adatto solo ad una prima valutazione di massima di nuove tecniche, lasciando a ricerche comparative successive la vera e propria dimostrazione di efficacia); sperimentazioni randomizzate RCT (compara-zione tra 2 trattamenti condotti come da manuale suddividendo i pazienti a caso sui 2 gruppi e facendo variare parametri come l’abilità/esperienza del terapeuta, la durata del trattamento e la gravità del sintomo). Il compromesso si chiama sperimentazione aperta e prevede sì un confronto tra 2 terapie, ma con scelta spontanea e gestione ordinaria dei 2 setting, studiando poi che tipo di soggetto aveva ottenuto di più da un tipo di trattamento o dall’altro. I risultati sono però inattendibile e l’unica verifica disponile è considerata la RCT
Il classico confronto terapia-placebo non è realizzabile perché nulla assicura che un trattamento sia un non-trattamento se deve essere capace di attrarre l’attenzione e credibile come un vero trattamento. Inoltre recentemente le commissioni etiche si oppongono a tali non-trattamenti credibili, considerandoli dannosi anche per clienti avvertiti.
La durata della terapia oggetto di ricerca è limitata (spesso a 16 settimane, ovvero 4 mesi) dal notevole costo. Questa durata ap-pare adeguata per interventi cognitivo-com-portamentali, ma insuff per trattamenti psico-dinamici progettati per durare assai di più.
La generalizzabilità è scarsa nella maggior parte delle ricerche, proprio perché l’orienta-mento alla misura crea condizioni che non sono quelle reali nella maggior parte dei casi.
Le preferenze del paziente disattese dall’assegnazione random porta ad un abbandono che non compare negli studi, fatti su quelli che restano, ma che rende poco random la permanenza in trattamento.


|<= Ricerca, finanziamento e clinica


SISTEMA SANITARIO E RICERCA – Mentre il privato decide da solo se spendere o meno in una psicoterapia, il sistema sanitario si appoggia a ricerche sull’efficacia delle psicoterapie per decidere se offrirle o meno.
In America la spesa per la salute mentale nel 1980 è diventata il 10% del totale (mentre 13 anni prima era solo l’1%) e sia il governo che le compagnie di assicurazioni hanno cominciato a chiedersi come contenere questo tipo di costi. Dopo una ricerca sulla copertura assicurativa per la salute mentale del 1978, i senatori rimasero colpiti dai pareri discordi degli esperti sui vantaggi di tali cure e nel 1980 promossero una ricerca sulle 130 psicoterapie conosciute. Mentre emerse che esse erano efficaci, con risultati che non potevano essere solo dovuti alla remissione spontanea o a effetto placebo, non si capiva cosa era più utile per un dato problema, che era ciò che interessava le compagnie assicuratrici. La proposta di due senatori di creare una commissione di clinici e ricercatori che decidesse quali terapie erano rimborsabili non passò, ma si sono moltiplicate le org in difesa della salute (HMO) e lo stato ha delegato ad esse la valutazione a breve degli interventi sui pazienti ricoverati. I clinici hanno protestato per questa impostazione medica che cerca cosa guarisce cosa, ma alla fine degli anni ’80 si sono indirizzati verso interventi più orientati allo scopo e più brevi, diminuendo il costo a parità di beneficio.
Negli anni ’90 un dibattito analogo si è svolto nel sistema sanitario inglese (NHS). La responsabilità della scelta è stata affidata prima alle autorità locali poi ad alcuni medici generici. Sono emerse preoccupazioni sia per la tendenza delle istituzioni a dedicare più fondi ai casi più gravi sia per la tendenza degli erogatori del servizio a dedicare più attenzione ai casi meno gravi. Attualmente si cerca di capire meglio l’efficacia di specifici trattamenti.
LA RICERCA PER I CLINICI E PER I FINANZIATORI – Mentre per i clinici ogni caso è diverso da ogni altro, i finanziatori vorrebbero raggruppare i casi in categorie diagnostiche per associare una diagnosi ad un trattamento. Il risultato è che i clinici tendono a rifiutare le ricerche, i finanziatori a basarsi su di esse senza il consenso dei clinici.
USO ACRITICO DELLA RICERCA E INNOVAZIONE – Il numero di psicoterapie si è moltiplicato negli ultimi 40 anni e oggi esistono più di 400 terapie che almeno nei nomi risultano diverse. La maggior parte di queste non sono mai state valutate, ma in ogni caso la ricerca mette in dubbio l’assunto che ognuno di questi approcci abbia un suo specifico vantaggio. Smontando una tecnica nelle sue componenti, sembra che le tecniche base siano poche e che ci siano invece molte varianti di esse. La proliferazione delle tecniche serve allora ad accontentare il singolo paziente o a sperimentare nuove strade che possono portare a nuove soluzioni di interesse generale? Secondo gli psicologi tale creatività è stata utile e la prudenza basata sui risultati dimostrati avrebbe danneggiato il progresso del settore, ma il dibattito è sempre aperto.
IL RISULTATO PER I CLINICI E PER I RICERCATORI – Sia il clinico che il ricercatore cercano il risultato migliore, ma la strada diversa implica una differenza anche nel concetto di risultato. Mentre al clinico interessa il cambiamento senza sapere a cosa sia dovuto, al ricercatore interessa conoscere cosa lo ha prodotto. Succede allora che il clinico preferisca la flessibilità rispetto al manuale privilegiando l’alleanza terapeutica con quella specifica persona, mentre il ricercatore vuole applicare il manuale rinunciando all’alleanza che non sia implicita nella tecnica usata. Poiché la partecipazione attiva del paziente è indispensabile per un buon esito, la ricerca sottostima l’utilità delle varianti e scoraggia una creatività che è utile se permette una maggiore alleanza.
TERAPIE NON STUDIATE – Forse l’efficacia dipende da quanti fattori implicati nel sintomo vengono coinvolti. Poiché la mobilitazione di molti fattori rende difficile lo studio, queste terapie (ad es la terapia psico dinamica TPD) sono poco studiate.
Alcune ricerche suggeriscono che la TPD ha una efficacia minore di una terapia cognitivo comportamentale o al massimo uguale. Le due obiezioni sono: 1) una TPD non si interessa al sintomo ma alla personalità complessiva e a quello che ha dietro; 2) proprio per questo è preziosa nei casi complessi.
Mentre alcune terapie cognitive tendono ad allargare e a comprendere l’inconscio, si moltiplicano quelle psicodinamiche che tendono ad essere ripetibili. Si va allora verso una nuova terapia che le sostituisce prendendo il meglio di entrambe? No, perché c’è sia richiesta di specialisti in risultati veloci sia di quelli specializzati sul complesso e sull’inconscio.
Storicamente gli psicoanalisti rifiutano di essere valutati, ma è una posizione insostenibile. In questa assenza di valutazioni, più che di prove contrarie, la psicodinamica continua ad essere finanziata, anche se con diffidenza.


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